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di Stefano Pariani

vecchie stazioni di milanoL'immagine del treno e della sua velocità, della sua lunga fila di carrozze che attraversa i più svariati panorami, hanno suggestionato quel fervido periodo di novità e progresso a cavallo tra XIX e XX secolo. Nel vecchio e nel nuovo mondo, dove hanno avuto forse più che altrove un'immagine quasi mitica negli scenari del west, il treno e la ferrovia significavano viaggi più comodi e veloci rispetto alle carrozze trainate da cavalli e la possibilità di raggiungere località più o meno lontane per lavoro o per svago. Con la ferrovia nacque di conseguenza anche la stazione, sorta di “luogo-non luogo” legato a partenze, arrivi, attese o semplicemente transiti.

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di Stefano Pariani

Santa Maria - ParianiLa storia di Milano – le pagine di Ok Arte lo hanno evidenziato in varie occasioni - è anche storia di edifici e monumenti che hanno affrontato nel corso dei secoli vicende alterne, abbandoni, talvolta frutto di incuria dei beni artistici, talvolta semplicemente del corso degli eventi. Santa Maria della Pace (via San Barnaba 40) rientra nel novero delle chiese dal glorioso passato, che oggi vivono silenziosamente in disparte i nostri giorni dove tutto si avvicenda con rapidità.

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di Stefano Pariani

libertygalleria fotografica La chiamavano Art Nouveau in Francia, Arte Floreale in Italia, Jugendstil in Germania, ma il nome che probabilmente a tutti è più famigliare per quell'arte che ha attraversato l'Europa a cavallo tra il XIX e il XX secolo è “stile Liberty”. Un'espressione artistica elegante e molto decorativa, che dall'architettura alla scultura, dalle vetrate agli arredi d'interni ha caratterizzato i brillanti e gioiosi anni della Belle Epoque.


Milano è senza dubbio una tappa importante del Liberty italiano; nei primi anni del Novecento la città era in piena espansione industriale e la borghesia si affermava, mostrando la propria influenza anche attraverso le eleganti dimore in cui risiedeva. Al pari di altre città europee - Parigi su tutte - anche Milano viveva i suoi anni spensierati e opulenti, poco prima degli avvenimenti bellici che avrebbero nel giro di qualche anno sconvolto l'Europa. In città sono disseminati in molte vie esempi più o meno notevoli di architettura liberty, ma Porta Venezia è probabilmente la zona che meglio di altre può vantare un elevato numero di palazzi liberty, tutti di una certa importanza.

di Stefano Pariani

galleria fotografica Ci sono vicende strane o perlomeno curiose che spesso segnano una città e la sua storia passata. Certamente lo è quella di san Giovanni in Conca a Milano, chiesa di antichissime origini che visse un periodo di splendore sotto i Visconti e che per varie ragioni fu più Giovanni in Conca Milanovolte rimaneggiata, dimenticata e infine smantellata. Quel che resta oggi è un desolato rudere della parte absidale in Piazza Missori che quasi funge da spartitraffico, realizzato in cotto e con due snelle monofore, una delle quali elegantemente strombata.

di Stefano Pariani

Chiesa San SepolcroE' finalmente tornata visitabile dopo 50 anni di chiusura e dopo i recenti restauri la cripta della chiesa di San Sepocro a Milano, luogo che si lega strettamente alla storia più antica della città meneghina. Entrarvi significa infatti mettere piede letteralmente su centinaia di anni e respirare un'atmosfera che ha quasi del surreale. Leonardo nel “Codex Atlanticus” realizzò una pianta a volo d'uccello di Milano ed indicava la chiesa come il vero centro della città, il punto dove anticamente, in epoca romana, si trovava l'incrocio tra il Cardo e il Decumano; si è dunque nel cuore della città, luogo non solo fisico, ma anche simbolico.

di Stefano Pariani

ortica“Faceva il palo nella banda dell'Ortica, faceva il palo perchè l'era il so mestè”. Così cantava Enzo Iannacci negli anni Sessanta a proposito di una banda criminale della zona, rendendo noto al grande pubblico il quartiere dell'Ortica, periferia est di Milano. Strette vie avvolte nella nebbia, l'Ortica era anni fa un quartiere di fabbriche frequentato dalla “ligera”, la vecchia mala milanese un po' improvvisata, dove fare il palo era un vero e proprio mestiere. Ora i tempi sono mutati e la nebbia fitta e ovattata è (quasi) un ricordo: quel che resta è un tranquillo quartiere che vive di botteghe artigianali, bar e qualche trattoria, lontani dai locali modaioli e di tendenza del centro cittadino. L'orizzonte è caratterizzato dalla ferrovia che taglia il quartiere con i suoi ponti e scandisce il tempo col passare dei treni provenienti dalla vicina stazione di Lambrate, mentre su uno sfondo che pare davvero lontano si vedono gli svettanti grattacieli di vetro della modernissima zona di Porta Nuova/Garibaldi, quasi un mondo a parte.

Stefano Pariani san michelegalleria fotografica

I pavesi la chiamano “la chiesa di polenta”, perché l'arenaria color ocra con cui fu costruita la facciata è una pietra molto fragile e nel corso dei secoli si è facilmente deteriorata, levigata dallo scorrere del tempo, dalle intemperie e dalla nebbia, facendo somigliare l'edificio ad una costruzione di farina gialla. La chiesa di San Michele è uno dei più grandi esempi di Romanico lombardo e si erge in tutta la sua maestosa imponenza in una silenziosa piazzetta nel cuore di Pavia, lontano dal rumore cittadino della vicina Strada Nuova.

cremaredatto da Stefano Pariani: Appena fuori dall'abitato di Crema, lungo un viale alberato, sorge un'imponente chiesa circolare tutta in mattoni scoperti e la cosa che più sorprende fin da subito è la sua straordinaria somiglianza col tiburio della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, capolavoro rinascimentale di Bramante. E un motivo, in effetti, c'è. Ma andiamo con ordine, perché le origini di Santa Maria della Croce si intrecciano con una storia a tinte fosche. L'edificazione della chiesa è infatti legata ad un violento fatto di sangue che aveva sconvolto il territorio cremasco sul finire del 1400. A quei tempi Crema faceva parte della Repubblica Veneta e Bartolomeo
Pederbelli aveva appena lasciato la sua città, Bergamo, per un omicidio commesso non si sa per quale ragione, giungendo a Crema come fuggiasco. Si dedicò al commercio delle stoffe e ovviamente tacque il motivo dell'allontanamento dalla sua città.

eremogalleria fotografica

Ci sono luoghi, a volte nemmeno tanto lontani dalle grandi città, che con i loro scenari e il sovrumano silenzio che li avvolge proiettano l'uomo in una dimensione fuori dal mondo e dalle sue ansie quotidiane. Uno di questi è la Val Staffora, nell'Oltrepò pavese, che si estende con i suoi rilievi in un lembo di territorio lombardo a cavallo tra il territorio emiliano e quello ligure-piemontese; la zona è quella delle ultime propaggini dell'Appennino e lo sbocco verso il mare non è molto distante da quelle vette e da quelle valli. Qui, dove i tramonti in autunno indorano i rilievi e le nebbie ovattano di notte il paesaggio, sorge l'eremo di Sant'Alberto di Butrio, fondato dallo stesso Alberto, di cui non si hanno molte notizie biografiche, nell'XI secolo. Venne ad abitare in solitudine in questi luoghi verso il 1030 e intorno a lui cominciò a radunarsi una piccola comunità di eremiti, che seguivano la regola benedettina; Alberto divenne il loro capo spirituale fino alla sua morte, avvenuta nel 1073. In seguito l'eremo crebbe in potenza e in numero di monaci ed ospitò personaggi famosi, tra cui, secondo tradizione, il fuggiasco re d'Inghilterra Edoardo II Plantageneto, che morì e fu sepolto proprio qui. Il complesso eremitico si compone di tre edifici: i primi due, in semplice stile romanico, sono la chiesa di Santa Maria, eretta da Sant'Alberto, e la Chiesa di Sant'Alberto, edificata subito prima o subito dopo la morte del santo e che conserva gli affreschi artisticamente più pregevoli. Il terzo edificio è la Chiesa di Sant'Antonio, risalente al 1300 circa. Il primo ambiente che accoglie il visitatore è la Chiesa di Sant'Antonio, quasi interamente affrescata da dipinti risalenti al 1484, che parlano un linguaggio semplice e locale, certamente lontano dalle novità rinascimentali provenienti dalla Toscana e dalla stessa Lombardia e legati ancora allo stile gotico-internazionale. Si tratta di affreschi che raffigurano per lo più santi a figura intera, alcuni cari alla tradizione locale e contadina, e Madonne in trono col Bambino, spesso privi di solidità corporea. I loro colori delicati e raffinati, tendenti soprattutto al giallo, al verde e al rosso, e gli sfondi privi di riferimenti spaziali pongono queste figure al di fuori del tempo, in un'altra dimensione, e la loro staticità frontale pare alludere a valori eterni e immutabili. In questo primo edificio s'incontra sulla parete d'entrata una teoria di Santi elegantemente vestiti: si riconoscono da destra un Santo Stefano dal volto mesto, San Sigismondo, dall'abito alla moda del tempo, Sant'Antonio Abate, San Girolamo e San Contardo d'Este. Nella lunetta superiore si trova Dio Padre benedicente dalla lunga barba bianca circondato da due angeli che suonano le trombe e che ricordano le finezze esecutive delle miniature coeve. Su un'altra parete quattro Sante si stagliano su di uno sfondo giallo decorato a motivi floreali: si tratta di Sant'Agata, dai capelli biondi e sciolti, Santa Lucia con finissimo abito bianco trapuntato di fiori rossi, Santa Caterina e Santa Apollonia. La lunetta soprastante rappresenta l'Incoronazione della Vergine, in elegante abito rosso lumeggiato nelle pieghe e manto giallo che, allargato da due angeli, si apre e offre riparo ai fedeli inginocchiati. In grembo alla Madre, che ha una certa maestosità ieratica, siede il Bambino in atto benedicente.

La lunetta di un'altra parete è invece affrescata con un interessante “San Sebastiano”, il cui martirio è rappresentato su di uno sfondo giallo decorato a motivi floreali e un prato verde ravvivato da pochi elementi vegetali. Gli arcieri che lo trafiggono, in fogge quattrocentesche, hanno pose per così dire ingessate e poco dinamiche, come se l'autore avesse voluto rendere meno cruenta la scena; San Sebastiano, dal volto giovane e delicato, ha lo sguardo rivolto verso lo spettatore ed occhi intensi e dolci. La parete a fianco è affrescata con scene della vita di Santa Caterina, che raffigurano gli episodi rilevanti della sua vita culminanti col martirio sulla ruota e con la decapitazione. Il gusto è aneddotico e popolare, ma non manca una certa vivacità narrativa. Di gusto fiabesco il vicino affresco di San Giorgio che uccide il drago e salva la principessa, soggetto ricorrente nella pittura tre-quattrocentesca. Entrando nell'adiacente spazio, quello della Chiesa di Santa Maria, si trova un ambiente più piccolo e meno affrescato, ma con dipinti più pregevoli rispetto ai precedenti, come la Madonna in trono con Bambino affiancata dai Santi Alberto, Apollonia, Lucia e Antonio Abate. La Madonna è seduta su un trono ligneo ed indossa un elegante manto bianco decorato a fiori rossi con risvolti interni verdi. La luce risalta le varie tonalità del bianco e i panneggi appena accennati. Tra i santi spicca Sant'Alberto dallo sgaurdo penetrante e dalla sinuosa barba bianca. Le due Sante, non particolatrmente caratterizzate nei volti, sono vestite con raffinati abiti quattrocenteschi. Un altro affresco rappresenta nuovamente la Madonna in trono col Bambino affiancata da un San Girolamo dalla barba lunghissima ed un San Rocco abbigliato da pellegrino con bastone e bisaccia. La mano appare diversa da quella del precedente affresco e in particolare i due santi sembrano appiattiti sullo sfondo, ma la cosa migliore del dipinto è il gesto tenero e affettuoso tra madre e figlio, che avvicinano i loro volti in un abbraccio: la loro esecuzione traspare di dolcezza. Degno di nota, infine, un San Sigismondo Imperatore caratterizzato dal volto giovanile incorniciato da capelli biondi arricciati e da una veste gialla elegantemente decorata con interno in ermellino. Resta un'incognita il realizzatore di tutti questi affreschi. Tradizionalmente venivano attribuiti ai fratelli Manfredino e Franceschino Boxilio, che avevano una fiorente bottega a Tortona ed erano attivi nelle zone limitrofe e fino a Genova: spetta a loro, ad esempio, la decorazione della Pieve di Volpedo. Secondo più recenti ipotesi gli affreschi di Sant'Alberto potrebbero essere stati realizzati dagli stessi monaci dell'eremo che appositamente non hanno voluto firmarsi in segno di umiltà. Recarsi all'eremo di Sant'Alberto significa non solo immergersi in un affascinante percorso artistico o, per chi ha fede, in un momento di spiritualità e preghiera, ma anche lasciarsi emozionare da un luogo ricco di bellezze naturalistiche, tra pascoli e boschi di abeti e castagni, e da una terra genorosa, quella dell'Oltrepò, che ha da offrire a chi la visita i suoi frutti più genuini.

Stefano Pariani

Eremo di Sant'Alberto di Butrio

Via Fr. Sant'Alberto Di Butrio, 59

27050 Ponte Nizza (Pv)

Tel. 0383.542179

Santa Maria alla Fontana e l'acqua di luce

in Piazza Santa Maria alla Fontana 11 Milano, Milano,

Recensito da Stafano Pariani

Sommario

Il santuario fu eretto nel 1507 e da subito cominciarono ad affluire molti pellegrini, tanto che venne realizzato un lungo sentiero alberato che portava da Porta Comacina al santuario, attraversando un luogo a quel tempo fuori dalle mura urbane, disabitato, fitto di boschi e sorgenti d'acqua.

Descrizione

Sono alcuni anni che il quartiere milanese dell'Isola si è riqualificato e tra le sue vie che hanno mantenuto l'aspetto genuino e popolare di un tempo, sono sorti negozi artigianali, curiose botteghe e locali alternativi, fuori dai soliti giri modaioli milanesi. Forse questo mix di vecchio e nuovo attira molta gente in questa zona di giorno e di sera, ma non tutti sanno che da queste parti c'è anche un altro movimento, quello dei fedeli che si recano, in una sorta di pellegrinaggio, alla chiesa di Santa Maria alla Fontana per bere un'acqua ritenuta benefica e guaritrice. Tutto ebbe origine all'inizio del Cinquecento, quando Milano era sotto il dominio francese e il governatore di Luigi XII, Charles d'Amboise, affetto da un santa maria alla fontanamalanno (forse la gotta), andò a pregare in un antico sacello medievale che sorgeva presso una depressone naturale del terreno con una fonte d'acqua, dove i milanesi erano soliti recarsi per chiedere le grazie alla Madonna, che lì era apparsa. Il governatore francese promise alla Vergine, in caso di guarigione, la costruzione di un degno santuario come ex voto e quando effettivamente guarì, mantenne la sua promessa. Il santuario fu eretto nel 1507 e da subito cominciarono ad affluire molti pellegrini, tanto che venne realizzato un lungo sentiero alberato che portava da Porta Comacina al santuario, attraversando un luogo a quel tempo fuori dalle mura urbane, disabitato, fitto di boschi e sorgenti d'acqua. Davanti al santuario si trovava un'ampia vasca in cui confluiva l'acqua della sorgente miracolosa e lì rimase fino all'Ottocento. Nel Seicento venne costruita anche una grande chiesa sovrastante, la cui facciata attuale è frutto di restauri novecenteschi; il piccolo santuario risulta così collocato esattamente dietro la chiesa e collegato ad essa tramite una ripida scala. L'architettura del santuario è costituita da una cappella quadrata coperta da una bassa volta e da un vano rettangolare, comunicanti tramite un doppio arco; sul nome del suo artefice sono state avanzate diverse ipotesi, tra cui Leonardo e Bramante, ma i documenti dell'epoca hanno assegnato la costruzione dell'edificio a Giovanni Antonio Amadeo, famoso per la cappella Colleoni a Bergamo, i lavori alla Certosa di Pavia e la direzione dei lavori nel Duomo di Milano. Lungo le pareti del santuario si trovano riquadri affrescati in discrete condizioni conservative; un primo gruppo di quattro affreschi (San Giovanni Battista, Visitazione, Natività, San Rocco) risale al 1520/25 e mostra affinità con la scuola di Bernardino Luini. Il linguaggio è semplice e popolare ed immerge i personaggi in un mite contesto paesaggistico, con qualche richiamo a Leonardo, specie nelle scene della Visitazione e della Natività. Alla seconda metà del Cinquecento risale invece un secondo gruppo di affreschi (Annunciazione, Natività, Visitazione, Fuga in Egitto) meno ispirati e rovinati dal tempo. fontanaMolto suggestiva la volta, suddivisa in dodici vele affrescate con le figure degli Apostoli, al centro della quale è un Dio Padre benedicente in legno e stucco dorato. Le tonalità leggere e tenui dei colori e il senso di circolarità conferiscono all'ambiente un aspetto arioso e luminoso, che ben si addice all'atmosfera “sospesa” che qui si respira. L'edificio comunica con l'esterno per mezzo di doppi e ampi archi posti lungo i suoi lati, che richiamano nello stile la cultura classicista e bramantesca in voga a Milano nel primo Cinquecento, mentre ai fianchi del Santuario sorgono due bei chiostri dalle snelle colonne, che si articolano anche davanti alla facciata, formando un armonioso ed elegante porticato. La fonte originaria venne chiusa nell'Ottocento a causa delle perdite di una vicina fabbrica di bitume e attualmente l'acqua che sgorga dagli undici rubinetti della lastra originaria posta sotto l'altare è quella della rete idrica comunale. fontanaTuttavia sono in molti a risentire ancora oggi dei suoi effetti benefici e ad avere guarigioni – pare che l'acqua in quell'area entri in contatto con le frequenze della luce – e sentire il delicato, continuo rumore del suo sgorgare rasserena, conducendo chi si trova in quello spazio in una dimensione “altra”. Stefano Pariani Il santuario fu eretto nel 1507 e da subito cominciarono ad affluire molti pellegrini, tanto che venne realizzato un lungo sentiero alberato che portava da Porta Comacina al santuario, attraversando un luogo a quel tempo fuori dalle mura urbane, disabitato, fitto di boschi e sorgenti d'acqua. Milano Vai alla visualizzazione normale – Nascondi colori – Powered by Google Drive – Segnala una violazione
votazione 4/ 5 (Excellent) Stafano Pariani
 

La chiesa s'innesta nel solco di passaggio dall'arte ottoniana a quella romanica, testimoniando del nuovo stile artistico tanto nell'architettura quanto nei suoi affreschi, tra i più significativi della pittura altomedievale dell'Italia settentrionale

 

Non molto lontano da Milano, nei pressi di Cantù, la chiesa di San Vincenzo a Galliano e l'adiacente Battistero di San Giovanni sorgono come silenziosi testimoni di un'epoca passata, quando fuori dalle città sorgevano le pievi per evangelizzare le campagne. Collocata sull'asse delle grandi vie di comunicazione tra la pianura padana e le regioni transalpine, la chiesa di Galliano s'innesta nel solco di passaggio dall'arte ottoniana a quella romanica, testimoniando i primi frutti del nuovo stile artistico tanto nell'architettura quanto nei suoi affreschi, tra i più significativi della pittura altomedievale dell'Italia settentrionale. La storia di questa chiesa affonda le radici in epoca paleocristiana, quando viene edificata nel V secolo una prima basilica ad aula unica, dedicata a San Vincenzo di Saragozza. Secoli dopo l'arcivescovo di Milano Ariberto d'Intimiano promuove un programma di rinnovamento architettonico che porta nel 1007 alla consacrazione della nuova chiesa. Esternamente presenta una semplice facciata a salienti in pietre a vista, priva della navata destra, andata persa, con un piccolo portale e lunetta a sesto acuto; l'abside è contraddistinta da alti archi poggianti su lesene che scendono fino a terra, creando sottili giochi di luce e ombra. All'interno gli affreschi che decorano la navata e il catino absidale sono rispettivamente riconducibili per stile a due maestranze diverse: i più interessanti sono quelli dell'ampia abside dove campeggia un grande Cristo in mandorla, curiosamente abbigliato con pantaloni e calzari, ai cui lati i profeti Geremia ed Ezechiele sono resi con movimenti dinamici e con sottolineature più scure lungo le pieghe delle vesti, che seguono il moto del corpo e danno volumetria alle figure. La zona inferiore ospita un breve ciclo di Storie di San Vincenzo, tra cui il martirio e la sepoltura del Santo, di efficace vivacità narrativa. Accanto alla chiesa troviamo le sinuose forme del coevo Battistero di San Giovanni, costituito da un vano centrale quadrato con absidi semicircolari su ogni lato, da un tiburio ottagonale e da un ampio pronao. Con la sua sapiente sintesi tra influssi bizantini e nordici e la tradizione pittorica locale, d'impronta realista e di forte senso plastico, il ciclo di Galliano da lì a qualche decennio sarebbe stato d'impulso per gli affreschi di Civate, altra fondamentale tappa della pittura romanica lombarda.

 

Stefano Pariani

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Arturo Bosetti: la profondità della luce

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«Io non provo orgoglio per tutto ciò che come poeta ho prodotto [...] Sono invece orgoglioso del fatto che, nel mio secolo, sono stato l'unico che ha visto chiaro in questa difficile scienza del colore, e sono cosciente di essere superiore a molti saggi». Questa considerazione di Goethe, deriva dal suo saggio “La teoria dei colori” pubblicato nel 1910.

Arturo Bosetti, eclettico artista, con un passato di docente di Disegno e Storia dell'Arte, nonché restauratore, ha colto sin dagli inizi della sua carriera, l'importanza della luce dalla quale scaturiscono i colori.


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