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Velasquez, Bacon, Testori, il Papa e il fantasma

di Ugo Perugini
Tra i ritratti più celebri di Diego Velasquez - lo avevamo già accennato - c’è quello del pontefice Innocenzo X , Giovanni Battista Pamphili, che il pittore andaluso realizzò nel 1650 ed ora è conservato a Roma, proprio nella Galleria Doria Pamphili.

La Galleria fu costituita proprio con quella prima opera e arricchita nel tempo con altri importanti contributi: lavori di Raffaello, Tiziano, Parmigianino, Beccafumi, Caravaggio, Bronzino e Sebastiano del Piombo. Si trova al Palazzo di via Del Corso a Roma.

 
Se si osserva con attenzione l’opera di Velasquez, lo sguardo, cattivo, odioso di Innocenzo X – molto meno solenne di quello rappresentato da Gian Lorenzo Bernini nel suo busto – colpisce per l’idea di tracotanza e superbia che suscita e quasi per la malcelata insofferenza che trapela dalle sue labbra, atteggiate a un ghigno amaro di disprezzo per l’intero genere umano. Un personaggio che sembra esprimere tutto l’opposto dei sentimenti cristiani, ancorato alla realtà dei beni terreni, assolutamente privo di umanità.

La sua fine terribile sembra la parabola più crudele ma meritata di un uomo così meschino. Nonostante la carica che ricopriva, infatti, morì abbandonato, e il suo corpo, dopo esser stato esposto in San Pietro, restò per un giorno in una stanza spoglia, esposta all’umidità e alle aggressioni di animali, perché nessuno si occupò di trovare la cassa in cui deporre la salma.

La cognata, moglie di un suo fratello, la famigerata Olimpia Pamphili, ricchissima e avara oltre ogni dire, appena il Papa morì, fece sparire tutti i beni che trovò nella sua stanza e si rifiutò di dare sepoltura alla salma, lasciando che il corpo iniziasse tragicamente a decomporsi.

Di Olimpia, che all’epoca fu chiamata la Pimpaccia, a Roma, ancora oggi circolano strane leggende e c’è ancora qualcuno che nelle notti di temporale vede uscire da Villa Pamphili il suo fantasma su una carrozza guidata da un cocchiere senza testa, trainata da quattro cavalli che sputano fuoco dalle narici.

Se Velasquez ci propone un papa insofferente e arrogante ma ancora integro, nella fantasia di Francis Bacon, il grande e tormentato pittore morto nel 1992, Innocenzo X, subisce una trasformazione che provoca in chi lo osserva reazioni di orrore e ribrezzo, non solo per chi conosce la storia delle vicissitudini del cadavere. Bacon era così ossessionato da questa figura che ne ha riprodotte quasi una cinquantina di versioni, una più terribile dell’altra.

Ma quello che vorremmo qui aggiungere è il lavoro che su questa opera fu svolto anche da Giovanni Testori, scrittore, drammaturgo e storico dell’arte, che scrisse una lirica ecfrastica (che descrive l’opera d’arte) tra le più belle e significative, intitolata “Suite per Francis Bacon”, movimento lirico n°8. Ne riportiamo l’inizio.

Urla,
Innocenzo;
graffia
l’insulsa paternità dei secoli;
batti le nocche,
gli zoccoli di capra
contro la lastra immobile,
il cristallo che t’approssima
e allontana;
ansimando
la larva episcopale
riaffondi per secoli
e millenni;
tarme sataniche
sui lustri dei velluti,
denti di rospo,
avori.
(…)

Qui, sia Testori che Bacon (entrambi di fronte alla ricerca drammatica della loro identità sessuale), ci mostrano attraverso la degradazione fisica di un corpo l’angoscia delle paure che ognuno di noi cova in se stesso, i nostri demoni personali.

Oggi, con l’avvento del Coronavirus, questi demoni si sono fatti presenti per tutti allo stesso modo. Li viviamo insieme, temendo e tremando, nella comunità dolente di ogni giorno, e abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a capire questo momento che ci renda uniti di fronte al male.

Magari di qualcuno che ci parli, come ha fatto Papa Francesco, qualche giorno fa, solo, in una piazza San Pietro, deserta e livida di pioggia: “Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella benedetta appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l'appartenenza come fratelli”.
 
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Arturo Bosetti, eclettico artista, con un passato di docente di Disegno e Storia dell'Arte, nonché restauratore, ha colto sin dagli inizi della sua carriera, l'importanza della luce dalla quale scaturiscono i colori.


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