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Abbellire la città con palazzi, decorazioni, opere d’arte. Una storia lunga quasi due secoli, nel libro “Artisti per le Generali” curato da Roberto Rosasco.
Trieste è una città che amo molto. L’ho frequentata per lavoro. E mi è rimasta nel cuore. Non saprei dire perché. Forse, per certe atmosfere, per le persone che vi abitano e che ho conosciuto, per i ricordi letterari che suscita, forse per quell’idea di città mitteleuropea per antonomasia, in un momento in cui l’idea stessa d’Europa sembra vacillare.
 
 
 
È una città che vive ancora di ricordi, ma li mostra non come fanno certe donne arricchite con i loro gioielli pacchiani per fare schiattare d’invidia le amiche, ma con la grazia e la nonchalance di chi lo spirito aristocratico l’ha assorbito fino alle ossa e non ha bisogno di ostentarlo, perché non è necessario. Viene fuori da sé come un profumo elegante.

Come non pensare alla lungimiranza e alla sensibilità di Maria Teresa d’Austria che amò questa città, anche se qualcuno dice che non ci sia mai venuta? Non ci sono tracce di Rinascimento né di Barocco a Trieste, il fulcro della città, assieme al nucleo medioevale, è rappresentato dal “borgo teresiano”, nato 250 anni fa dall’azione di bonifica delle vecchie vasche che servivano alla produzione del sale, attraverso un lungo lavoro di canalizzazione e di palificazione.

Su questo terreno, si cominciarono a costruire i palazzi neoclassici, con una architettura sobria e pulita, dove dominano la pietra calcarea bianca e l’intonaco “giallo teresiano”, che troviamo anche in alcuni edifici di Milano, e strade larghe, piazze ampie, adatte ai commerci perché l’idea di Maria Teresa era di rendere Trieste un porto di interscambio, per valorizzare la sua vocazione mercatistica e accontentare una borghesia con il pallino degli affari, pronta a costruire relazioni commerciali con chiunque compreso l’impero ottomano. Il tutto a suon di talleri (la moneta dell’Imperatrice)!

Maria Teresa, lungimirante e tollerante

Maria Teresa fece di Trieste una città moderna e soprattutto tollerante (cosa anche questa non più tanto di moda) nei confronti dei diversi credi religiosi, cominciando dagli ebrei, consentendo che ogni etnia presente costituisse la sua comunità. Fece costruire, tra l’altro, l’acquedotto, un orfanotrofio, un ospedale (rese obbligatorie le vaccinazioni), il palazzo della luogotenenza, il primo cantiere navale; riformò il sistema scolastico, creò la scuola nautica, con il relativo apparato di leggi per la navigazione mercantile, favorendo la nascita della prima impresa di assicurazioni mercantile, insediò il catasto con l’ufficio tavolare. In una parola, Maria Teresa fu un’imperatrice davvero illuminata.

Il ricordo di Maria Teresa era doveroso, secondo me, per introdurre il bel libro, intitolato “Artisti per le Generali”, realizzato dalle Generali, a cura di Roberto Rosasco, curatore di libri a tema culturale della Società, e Raffaella Zanola, freelance, che riguarda pitture e sculture decorative e celebrative realizzate per gli edifici costruiti dalla Compagnia di Assicurazioni, fondata nel 1831, a cominciare da palazzo Geiringer, sede della Direzione, che dalla fine dell’Ottocento si erge proprio al centro del Borgo Teresiano.

Il Palazzo Geiringer e le sue bellezze

Eugenio Geiringer (il cui cognome poi diventerà, italianizzandolo, Gairinger) era un ingegnere triestino che realizzò un’opera davvero prestigiosa, con spaziosi saloni e un’ampia scala in cima alla quale troneggiava l’allegoria dell’assicurazione, la cosiddetta “dea di marmo” per riprendere una definizione di Paolo Rumiz. Il richiamo classico è dato dalla scultura della donna che, come la Vergine, difende una giovane impaurita non da un serpente, ma dall’assalto di un drago. L’unico evidente cenno prosaico è il fatto che la donna appoggia una mano su una cassaforte, messaggio inequivocabile della protezione dei valori economici. L’opera è di Ivan Rendić e, oggi che l’originario scalone non c’è più, fa bella mostra di sé al piano nobile.

I ritratti degli uomini più importanti della Direzione delle Generali, iniziarono nel tardo Ottocento, quasi tutti oli su tela, e risentono dello stile teresiano dei ritratti dell’Imperatrice che, come noto, era improntato alla massima naturalezza, senza cedimenti agiografici o ritocchi o abbellimenti posticci.

Non è possibile riportare tutti gli artisti coinvolti in questa operazione autocelebrativa voluta dalle Generali, ricordiamo solo tra gli altri Eugenio Scomparini (1845-1913) – molto popolare soprattutto per il dipinto dedicato a Margherita Gauthier, personaggio letterario allora assai amato, che rappresentò una grande prova di abilità pittorica – il quale realizzò il ritratto ad olio di Marco Besso, grande Direttore della Società, studioso di Dante e che darà alle Generali un’impronta di italianità decisamente importante. Di Besso anche lo scultore Gigi Supino creò un busto nel 1926.

L’Isola Chiozza, Supino, il mistero di Rietti e Gino Parin

Questo Artista fu importante per le Generali anche perché, nell’anniversario del centenario aziendale, contribuì a creare, lui appassionato d’arte greca e romana, gli interventi decorativi – veramente pregevoli certi bassorilievi – sull’Isola Chiozza. Le Generali, infatti, avevano acquistato nel 1910 questa zona della città, dove si trovava una fabbrica di sapone, poi smantellata, per ricostruire dei palazzi moderni, sotto la guida degli ingegneri Polli, padre e figlio. Da non dimenticare, sempre di Supino, la realizzazione della medaglia per il centenario aziendale, con l’iscrizione latina “servat et aucta redonat”, conserva e restituisce aumentato, un motto che i risparmiatori vorrebbero sempre fosse rispettato…

C’è anche un mistero che riguarda la realizzazione di ritratti di dirigenti e consiglieri prima degli anni Venti, “forse dispersi”. Il ritrovamento in archivio di una lettera potrebbe far pensare a una committenza artistica affidata ad Arturo Rietti (1863-1943). Questo artista ebbe grande fama a Trieste, fu allievo di Lenbach, pittore tedesco esperto in ritratti, nel 1889 aveva vinto una medaglia all’Esposizione Universale di Parigi, e mostrò una grande abilità proprio nella ritrattistica, grazie all’eleganza e alla leggerezza del suo stile, influenzato anche dalla Scapigliatura lombarda.

Alla fine degli anni Venti, invece, risalgono 18 ritratti, molti dei quali realizzati da Gino Parin (G.P.). Rossana Bossaglia definisce questo artista un “espressionista di ritorno” per il tipo di pittura morbida, intensa che viene a costituire negli anni Venti e Trenta un filone parallelo e opposto al linguaggio asciutto come quello di Novecento, che avrà come rappresentanti più significativi Sironi o Carrà.

Il Fascismo e Marcello Piacentini

Durante il Fascismo, la città di Trieste subì diversi interventi con l’intento di modernizzarne la struttura viaria, creando arterie più spaziose e soprattutto demolendo la città vecchia con la distruzione del quartiere ebraico, il caratteristico ghetto. Si iniziò nel 1928 e “il piccone risanatore” poté agire indisturbato. Non vi era alcun intento antisemita in questa operazione. All’epoca e almeno fino al 1932, Mussolini condanna l’antisemitismo (arriva a definirlo “una stupidaggine”).

Il compito viene affidato a un personaggio importante, Marcello Piacentini, che aveva già realizzato la città universitaria La Sapienza a Roma. Lo stile monumentale e razionalista sarà la caratteristica del palazzo che le Generali faranno costruire qui in pietra d’Istria, un materiale della zona, di colore bianco avorio e resistente agli agenti atmosferici. Per la sua decorazione furono chiamati Artisti importanti come Carlo Sbisà e Gino de Finetti, lo zio di Bruno, famoso matematico, che lavorò come attuario e statistico presso la stessa Compagnia.

Le Generali realizzarono anche altre importanti ristrutturazioni, come quella di Palazzo Stratti, sede del Dopolavoro, con il salone che fu dedicato ad Amedeo di Savoia, il quale per cinque anni, al comando delle forze aeree, fu di stanza presso il Castello di Miramare. Eroe dell’Amba Alagi, dopo l’esperienza coloniale, morì di malaria a Nairobi. A Palazzo Geiringer oggi si trova un busto a lui dedicato, realizzato dall’artista Marcello Mascherini.

L’interessante volume si conclude con l’esame delle ultime opere realizzate, si tratta di nove busti in marmo e bronzo che riguardano i diversi Presidenti delle Generali e realizzati da Adolare Plisnier, Ugo Carà e Innocenzo Vigoroso. Oltre a interessanti e inedite informazioni e spunti di ricerca, al termine di questo interessante volume potrete trovare anche i profili dei vari artisti che hanno contribuito nel tempo ad arricchire il patrimonio della grande Società triestina.

Il libro, disponibile in formato digitale (file pdf), viene messo gratuitamente a disposizione degli studiosi e degli appassionati d’arte e può essere richiesto inviando una mail all’indirizzo [email protected]
 
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