Marina Kaminsky

L'artista, siberiana d'origine, ha maturato il suo percorso artistico fra la Russia e l'Estonia fino ad approdare a Milano nel 1994. Ha esposto in numerose mostre collettive e personali in Italia e all'estero. Ed è proprio a Milano che la pittrice ha inaugurato lo scorso anno il suo atelier a due passi da via Torino. I colori sono la fonte primaria della sua ispirazione, soprattutto il blu. Non a caso la scelta del nome del suo laboratorio è “Atelier M.K. in blu”.

Il blu è la tinta che penetra nell'anima di Marina svelando un universo empatico di luce da cui scaturiscono le emozioni più profonde. Le sue tele raffigurano soggetti carichi di grande vivacità espressa nei tratti veloci e nelle dinamiche pennellate.

Del resto la stessa autrice afferma: “ Dipingere mi permette di vivere, ne ho bisogno quanto l'aria”.

vittorio sgarbi e marina kaminskyweb

CASAIDEA ospita dmarina kaminskywebal 5 febbraio al 15 marzo 2012 la mostra personale di Marina Kaminsky curata da Francesca Bellola.

 

Marina Kaminsky è stata selezionata alla 54° edizione della Biennale di Venezia per presentare una sua opera al Palazzo delle Esposizioni di Torino.

 

Le opere

  

 

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L’estone MARINA KAMINSKY alla chiesetta del Viandante a Tavazzano con Villavesco

L’estone Marina Kaminsky è in programma allo Spazio espositivo di “CasaIdea”, alla Chiesetta del Viandante a Tavazzano con Villanesco dal 5 febbraio prossimo. La mostra verrà supportata da una trattazione del professor Giampaolo Nuvolati, del dipartimento di sociologia e scienze sociali dell’Università di Milano sul tema del “salotto” e dell’ospitalità, cogliendo pretesto dalla contestuale esibizione di prototipi della marchigiana Valdichienti. Diplomata alla Accademia di Mosca, la Kaminsky da tempo residente a Milano e attivamente presente sulla scena artistica meneghina, è una pittrice che si è fatta apprezzare per la solida struttura della ricerca, affidata ora al colore ora a una violenta possibilità di scomposizione della forma, da soddisfare l’orgasmo espressivo e l’urgenza vitale del suo focoso dinamismo. Convince, inoltre, per le variabilità costruttive in un linguaggio vigoroso e libero, affidato a elementi sintetici e plastici di gagliarda solidità, recettivi di umori luminosi.

Un’arte informale, dunque, ma non affidata a cangiamenti epidermici, di decorativismo, bensì dotata di freschezza qualitativa e di schiettezza inventiva che rende amabile la sua produzione più selezionata; mossa per primo in ascolto di quel battito profondo, di quella forza turgida e crescente, che si vede e si tocca nelle grandi tele. Una pittura che inchioda con la sua evidenza e che chiede non di essere contemplata ma accettata come prova di verità e di esistenza e specchio di una idea di bellezza non affidata alla figura. Un’idea che negli impasti nutriti e lucenti è spinta dal pittoricismo a insistere su punti fermi di elaborazione ( e di pensiero) e a depositare sulle/nelle strutture una nitida ipotesi di spiritualità. Questa lettura ha trovato di recente conferma nelle opere allo Spazio Guicciardini dove, su iniziativa dell’assessorato alla cultura della Provincia di Milano e insieme ai lavori di Wally Bonafè, Murat Dishek, Pinuccia Mazzocco ed Enzo Faltracco - un gruppo che si ritrova attorno al manifesto “Spirale di Luce” (redatto a sostegno una pittura di sogno e realtà intrecciate a elaborazioni di pensiero positivo) - ha raccolto parecchi consensi.

Per la Kaminsky il colore-materia è una liberazione della sua emotività e femminilità. Non solo questo. Se da un lato la sua pittura può apparire un vibrante pretesto di riscatto poetico del linguaggio informale, attraverso una trasposizione fauve, coloristica, dall’altro, questo falò, mentre permette di godere di estreme vampate di fantasia, riserva adeguata attenzione ai sentimenti della generazione dell’artista.

I rossi, i viola, i blu, gli oro sono di intensità che infiamma, ma le visioni plasticamente annunciate e cariche di energia, recuperano al tempo stesso dato onirico, significati psicologici e declinabilità di osservazione e di giudizio che attengono alla anatomia esistenziale , al suo equilibrio psico-dinamico.

Aldo Caserini

 

TAVAZZANO: GESTO E COLORI. LA KAMINSKY LA DICE LUNGA

Presentata da Francesca Bellola di “OK Arte” la siberiana Marina Kaminsky ha inaugurato domenica allo Spazio CasaIdea (ribattezzata Casa delle Idee) di Tavazzano una propria personale costituita da una trentina di opere. Diciamolo subito e senza troppa enfasi: una mostra da non perdere; per le eredità, le citazioni, la proiezione della ragione e della fantasia, la contiguità o continuità con certe strutture linguistiche.

Mentre le analisi di sociologi, critici, storici e filosofi si attardano sulle profonde trasformazioni indotte dall’utilizzo di macchine e dispositivi (il video, il computer, la macchina fotografica) sul nostro modo di percepire e immaginare, coinvolgendo anche i territori dell’arte, la Kaminsky non teme di recuperare manualità e colore con un senso pratico tipicamente artigiano, rivelando una sua personale sensibilità poetica. Nell’azione di “recupero” non va sicuramente troppo indietro dalla storia recente, ma è quanto basta per darsi una simpatica impronta di peculiarità.

La Kaminsky è passata dalla Russia all’Estonia a Milano (da una decina d’anni) per liberare in maniera non contingente e risolutiva l una poetica informale e trovare una propria dimensione artistica. E’ chiaro che ascendenze e richiami non si cancellano del tutto; anche quando restano sotto traccia contribuiscono alla vivacità del temperamento, alla dinamica e ai ritmi compositivi, ai procedimenti e alle sperimentazioni. Se abbiamo colto bene, un elemento in ogni caso distingue la Kaminsky: la pittrice non cerca di determinare nella propria pittura la parte del subcosciente o del cosciente, con cui si contrassegnarono invece quegli artisti mossisi sulla stessa linea espressiva.

Nelle sue elaborazioni giocano l’ intensità del gesto e del colore. L’espressione - non si fatica a riconoscerlo -, è una sua necessità. La coscienza e l’abilità aggiungono la struttura plastica. Forse con qualche concessione al gusto. Ma chi oggi non se la prenderebbe? In abbondanza, anche il ricorso al blu, che è un colore piacevole e condiscendente. Eppure fu disdegnato. Per secoli rimase assente persino nei testi antichi in ebraico, in aramaico, in greco. E finanche ignorato dai colori liturgici. Ma, si sa, in materia di colore, prima o poi le cose (i gusti) cambiano. E’ dal XVIII secolo che il blu è il colore preferito dagli Europei, anche se a furia di farne uso si è reso, alla fine, per conto suo, più discreto. Almeno è quel che riferiscono gli storici del colore. In controtendenza, in ogni caso, si scopre la Kaminsky (romantica?), che appunto ne accentua l’uso. L’ha persino messo nella denominazione del suo studio di via S.Maria Valle 4 a Milano: “Atelier M.K. in Blu”.

Come si coglie in molte opere esposte dai fratelli Acerbi la pittrice mette grande cura nell’utilizzo del colore. Mostra un senso artigianale che è già per sé garanzia del suo impegno. Il risultato è di sincerità e di fiducia. Certo al momento la sua pittura resta aperta ad arricchimenti di linguaggio; chi avrà modo di seguirla ne vedrà senz’altro gli sviluppi. Per ora appaga con l’accesa e incisiva espressività. Eloquente, senza portare a una qualche angoscia. Parla semmai più di un rapporto con l’esistenza: attraverso il sentimento della validità dell’ operato, riconosce la dimensione positiva. Qualche forzatura invece si accerta là dove l’artista introduce in un corpo di linee-forza immagini figurative. Viceversa più convincente risulta la dove vuoto e pieno, gesto e segno, materia e colore si sovrappongono, interrotti e ritmati dal colore, procurando al fruitore una sorta di coinvolgimento ed empatia

Il messaggio della Kaminsky è espresso con questi mezzi, senza ricorrere a simbologie particolari, senza impronte letterarie, senza tesi precostituite o affidate alla parola, ma a un atto che realizza un modo di essere.

Tacito un ritorno alla rivalutazione dell’espressionismo gestuale e di certo automatismo senza attribuzione di valori semantici. Il “tessuto” vigorosamente espresso risulta semplificato, convincente e ingentilito. L’artista propone una diversa consapevolezza del gesto rispetto alle estroversioni espressionistiche e gestuali che, a tempo debito posero problemi. Al contrario, le opere in mostra non fanno smarrire nella complessità, dicono di una pittura che vive di rapporti e che concilia intelligenza e sensibilità.

Aldo Caserini

Tel. 0371 760212 – E-mail: [email protected] .


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