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Viandanti al sud

artisti costruttori di pace
Chiusura 15/09/2019
La mostra, inaugurata il 5 luglio, presenta opere di 11 fotografi contemporanei che si esprimono con riprese ancora insolite del territorio pugliese e lucano, alla ricerca di un legame sottile e un tempo pregnante, in parte perduto, tra il territorio e l’uomo. Recensione di Vanessa Maggi
Fondazione Museo Pino Pascali Polignano a mare -Bari mappa
Inaugurazione 05/07/2019
Viandanti al sud recensione di Vanessa Maggi
Dove : Fondazione Museo Pino Pascali
Sede: Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano (Ba).
Quando: dal 5 luglio al 15 settembre 2019
url: https://www.museopinopascali.it/portfolio-items/viandanti-a-sud-mostra-fotografica-collettiva-alla-fondazione-pino-pascali/?portfolioCats=97%2C41%2C40%2C39%2C38%2C47%2C137%2C176%2C239
Viandanti al sud, catalogo a cura di Rosalba Branà, Stampa Sud 2019.
La mostra, inaugurata il 5 luglio, presenta opere di 11 fotografi contemporanei che si esprimono con riprese ancora insolite del territorio pugliese e lucano, alla ricerca di un legame sottile e un tempo pregnante, in parte perduto, tra il territorio e l’uomo.
Il progetto parte dall’idea del paesaggio quale fulcro d’attenzione di un’indagine che può dirsi storica, principalmente di una storia medievale che affonda in antichi percorsi monacali del primo cristianesimo, in ricordi di fughe iconoclaste e persecuzioni musulmane, ma non solo. Si sofferma infatti anche su vedute e spazi architettonici di paesaggistici cittadini, in alcune rappresentazioni significative.
Il paesaggio antropico è intriso di misticismo e di rituali dimenticati dagli albori cristiani, di una terra che si offre con una vena creativa matura e sorprendente, attraverso gli artisti contemporanei, in questo caso fotografi.
Oscuri tagli di borghi e di antiche chiese rupestri ingoiati dall’invadenza della natura, si svelano nelle ombre e penombre di Nicolai Ciannamea, osservatore “meditabondo” di paesaggi abbandonati, di cripte e antri in cui i tronchi e le architetture si mischiano e si corrodono al tempo.
Un paesaggio ovattato, fortemente pittorico e sentimentale, dai contrasti chiaroscurali intensi, rivela la potenza della natura dimentica dell’uomo nelle opere di grande forza visiva di Alberta Zallone, mentre le contorsioni di ulivi e di pietre “parlanti” in rigoroso bianco e nero, ora celate ora avvolgenti, suggeriscono scorci in tralice, vellutati e rugosi abbracci solitari in Francesco Bosso.
Uno sguardo leggero, delicato e poetico, necessariamente “luminescente” e quasi sovraesposto, caratterizza all'opposto le opere di Cosmo Laera, laddove la Basilicata compare nelle visioni di sottinsù di castelli, di rocce aguzze ritagliate nel cielo turchino, di peripezie di “viandanti funamboli”, sospesi su pontili. Qui l’attesa stilla l’ansia di una riappropriazione visiva della storia, quella antica di appartenenza umana, in parte lacerata e consunta, in scorci arditi e valli assolate.
Bernardo Celati s’identifica con un taglio disincantato, che indaga forme e colori di affreschi consumati con un approccio pressappoco metodologico e analitico, quasi da storico dell’arte.
Di scatti “minimali” si parla invece nel caso di Michele Cera, che nel suoi B/N ricorda episodi neorealisti e pasoliniani, di un meridione che si racconta attraverso grandi vedute a distanza, pure con gli errori architettonici, in contrasti appena rivelati di paesaggi aspri e incontaminati.
Ad Alessandro Cirillo interessa trattenersi sulle stratificazioni temporali dei luoghi, attraverso realtà oggettuali del quotidiano o attività del vissuto, come nel caso di affreschi antichi solcati da graffiti di mani infantili incerte e incuranti della storia di oggi.
Se Marino Colucci indaga i dettagli materici di paesaggi e architetture, Carlo Garzia restituisce un paesaggio non privo di caratteristiche concettuali e antropologiche, mentre Gianni Leone “…unisce la documentazione paesistica alla ricerca critica sul linguaggio dell’immagine”, con ambientazioni piuttosto interiorizzate (R. Branà, Viandanti…, cit. catalogo della mostra, p.6.).
Gianni Zanni infine, rimanda a zone antropiche dal sapore ancestrale e agreste, di ex-voto e fantasmi pittorici, di una terra calda e ignota del cammino medievale.
Con il video- performance di Francesco Schiavulli, il messaggio si incentra sul linguaggio poetico e teatrale contemporanei ai limiti del paradosso.
Una mostra soddisfacente, che ci ricorda quanto abbiamo perduto e quanto ancora possiamo ricostruire, per riscoprire la terra nostra.

Recensione di Vanessa Maggi
[email protected]
 
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