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Galleria Il Pomo da DaMo di Imola: Corpora

artisti costruttori di pace
Chiusura 25/07/2019
Corpora, la collettiva inaugurale della Galleria Il Pomo da DaMo, a cura di Angela Madesani, raccoglie i lavori di quattordici artisti che indagano il tema del corpo.
Si tratta di artisti che hanno già esposto qui in passato, nell’omonima Associazione culturale fondata nel 2011 da Daniela e Moreno Marani.
Via XX Settembre 27 – Imola mappa
Inaugurazione 25/05/2019
Corpora, la collettiva inaugurale della Galleria Il Pomo da DaMo, a cura di Angela Madesani, raccoglie i lavori di quattordici artisti che indagano il tema del corpo.
Si tratta di artisti che hanno già esposto qui in passato, nell’omonima Associazione culturale fondata nel 2011 da Daniela e Moreno Marani (affiancati ora dal figlio Gian Maria): Davide Bramante, Silvia Celeste Calcagno, Silvia Camporesi, Michelangelo Galliani, Stefano Scheda, Samantha Stella. Appartenenti a generazioni diverse, si pongono di fronte all’opera con metodologie e approcci differenti, accomunati però da una visione dell’arte non prevedibile, appassionante. Sono voci fuori da un coro sempre più “necessario” per restare a galla.
È possibile enucleare alcuni momenti di riflessione dei diversi artisti, attraverso l’ampio tema del corpo, quali un richiamo alla classicità, alla storia dell’arte con artisti che si esprimono, soprattutto, attraverso la scultura e la pittura quali Luca Pignatelli, Andrea Liberni, Michelangelo Galliani. Un altro tema portante è la narrazione, la storia con un collegamento di matrice mnemonica, così nei lavori in mostra di Silvia Bigi, J & Peg, Fiorenzo Rosso, Samantha Stella, Silvia Camporesi, Davide Bramante.
Di matrice performativa nel senso ampio del termine sono le ricerche di Stefano Scheda, Marilisa Cosello, Silvia Celeste Calcagno.
Il lavoro di Tullio Brunone sin dai suoi esordi indaga le peculiarità del mezzo e il senso dello stesso nella nostra società. I lavori di Beatrice Pasquali, infine, non sono collocabili in un preciso territorio quanto in un ambito che si pone a cavallo tra l’arte figurativa, la letteratura e la storia dell’arte.

***

Il Tempo è il soggetto della ricerca di Luca Pignatelli per il quale la Storia cresce attraverso una sorta di sedimentazione continua, che dà vita a una koinè linguistica in cui è difficile individuare le varie fasi.
Di Michelangelo Galliani sono in mostra due opere. La prima è una colonna con una scultura sovrastante, una moderna cariatide, stilizzata con un fusto longilineo e cilindrico, rivestito da una potente corazza metallica di piombo. L’altra opera in mostra è di una decina di anni fa e fa parte del ciclo delle Antropomorfiche. Si tratta di una porzione di arnia di marmo, dove sono collocate api di piombo e miele. Ancora una volta un contrasto tra la fissità onerosa della pietra e la vita che essa trasmette.
Andrea Liberni vuole giungere all’archetipo dell’atto creativo, al momento primario, quello in cui si decide che una pallina di creta, di porcellana, diventerà altro. L’artista è attratto dalla potenzialità dei fenomeni. Nelle sue opere – piccole sculture bianche di porcellana, raffiguranti degli uomini, contenute in bocce di vetro – si instaura un dialogo tra contenuto e contenitore, in cui è racchiuso uno spazio che da reale diventa metaforico. È questa una dimensione esistenziale, ma anche speculativa, gnoseologica.
Il corpo è protagonista dei lavori del duo J & Peg: in mostra è un lavoro del 2010 sul tema della creazione, nel suo momento aurorale. Due corpi maschili, totalmente bianchi, ricoperti di argilla, fuoriescono da due grandi uova. È un’indagine sugli archetipi dell’umanità.
L’uomo solo, il Robinson Crusoe di William Defoe è il protagonista delle macchine per la visione di Fiorenzo Rosso, che diventano come dei diorami, con un richiamo alla storia della fotografia delle origini. La sua è una riflessione di matrice esistenziale. Attraverso l’eroe della letteratura inglese, l’artista guarda alla condizione umana, alla sera della vita. In ognuno dei lavori possiamo trovare tracce della biografia dell’artista, che da oltre trent’anni vive in un luogo isolato circondato soltanto dalla natura che ama, dai suoi oggetti, dai suoi libri, dai suoi affetti.
Il sangue e il latte di Silvia Bigi è una serie, composta da nove fotografie dal progetto L’albero del latte, nata, appunto, a partire dall’espressione Albero del latte dal Kanun di Leke Dukagjini, un antico codice di precetti e consuetudini balcaniche che così definiva la stirpe femminile, mentre indicava con “Albero del sangue” la discendenza maschile, dominante.
Le due fotografie di Silvia Camporesi fanno parte di una serie del 2008, Stato nascente, in cui protagonista è la figura umana, reale o evocata, statica, ritratta in ambienti asettici. Il lavoro è una risposta alle suggestioni provocate dalle prime scene del film Persona (1966) di Ingmar Bergman in cui figure umane si trovano in una posizione di confine fra la veglia e il sonno o fra la vita e la morte.
Il riferimento al mondo del cinema è anche nelle opere in mostra di Davide Bramante, anche qui frutto di esposizioni multiple. Fanno parte della serie Into the fiction (1999-2001). Per realizzare le opere l’artista si recava all’interno di sale cinematografiche e durante la proiezione dei film realizzava degli scatti. Questo di Bramante è, infatti, un lavoro di sguardi multipli, di sovrapposizioni esistenziali che attraverso la finzione del cinema lambiscono la realtà.
Di sapore cinematografico, anche senza essere tale, è il lavoro di Samantha Stella, God Loves You realizzato in America a Los Angeles nella casa di una cantante rock. Stella ha fotografato gli oggetti della donna incentrando la sua attenzione su quelli religiosi posti accanto a quelli musicali: un crocefisso è posto sopra un amplificatore, le corde di una chitarra sono in perfetta sintonia con un lumino votivo. È un incontro inedito tra il rock e la religione.
Possiamo usare l’aggettivo cinematografico anche per Interni esterni di Stefano Scheda, del 2002. Si tratta di immagini fotografiche di set, in cui il tempo è sospeso, dove i luoghi sono difficilmente riconoscibili e definibili. Sembrano saline, paesaggi di neve, invece sono luoghi industriali in cui le navi depositano feldspati ceramici, mucchi di finissima polvere bianchissima. Vi è una decontestualizzazione affascinante, che come in altri suoi lavori pone l’uomo in diretto rapporto con l’architettura.
Esercizi Obbligatori (2016-2018) è il titolo del lavoro di Marilisa Cosello, che è al tempo stesso fotografico, perfomativo, editoriale. Un’opera in tre atti che sono uno la conseguenza dell’altro, in cui vengono presi in esame i meccanismi del potere politico, familiare, sociale.
Silvia Celeste Calcagno è la protagonista, come spesso accade nella sua ricerca, dell’installazione qui in mostra, Eye Verbal Motor (2019), composta da nove pezzi. Il titolo si riferisce alla Glasgow Coma Score, la scala di valutazione neurologica, utilizzata per tracciare l’evoluzione clinica dello stato del paziente in coma. Sono immagini realizzate con una particolare tecnica da lei creata, in cui fotografia e ceramica diventano un unicum inseparabile.
La serie dei lavori del 2007 di Tullio Brunone, intitolati Celine, dal nome della ragazza, sono una riflessione sul tema dello specchio, sul vedersi, sul non vedersi. L’immagine conclusiva è un atto panico che rinchiude in sé paura, timore e fragilità, provenienti da una sensazione di condizione indifesa. Un modo di riflettere sullo sguardo verso se stessi, che pare anticipare il tema del selfie, su come ci si vede e su come vogliamo esser visti, oltre che su come si viene realmente visti.
Nei recenti lavori di Beatrice Pasquali, il corpo è una presenza assente. Si intitolano Necessaire, con un termine che rimanda a quel mondo, ormai definitivamente tramontato, in cui taluni oggetti avevano un nome solo francese. I suoi sono prontuari emotivi, che per usare le parole dell’artista: «Muovono da una dialettica portatile che presuppone un’interazione tattile, elastica e ipertestuale».

Foto: Luca Pignatelli, Eroe, 2018, tecnica mista su telone ferroviario, cm 80 x 60
 
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