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                                                         LE FUSA DELLA MIA GATTINA

(di Roberto Zaoner. Racconto tratto da una vicenda realmente vissuta, dedicato a mio fratello)                      

LE FUSA DELLA MIA GATTINAStanchi, incerti e tristi erano i miei passi su quella strada buia che mi riportava nella mia dimora. Accorati e afflitti erano i miei pensieri. Solo rari lampioni mi facevano compagnia nel mio percorso che mi riconduceva a casa. E anch’essi mi parevano addolorati, con le loro fioche luci. Era stata la mia gioia, il mio incessante gaudio, la mia distrazione dal quotidiano.

Ma tutti questi miei sentimenti e piacevoli sensazioni erano finiti. Sapevo di non ritrovarla più nella mia casa, ove avevamo vissuto pochi ma gioiosi anni della mia e sua vita. E neppure l’avrei cercata. Amara realtà, a volte crudele. Non ti avrò più sulle mie gambe a coccolarti e non più mi farai le fusa coi tuoi gorgogli che esprimevano il tuo appagamento. I tuoi occhi brillavano di gioia quando ti accarezzavo. I tuoi movimenti sinuosi rischiaravano il mio spirito solitario. Alzavo le tue zampette, mia dolce Tigrotta, e mi guardavi con quei tuoi enormi occhioni di un colore verde chiaro che sembravano di vetro. E solo me cercavi, e io mi prendevo cura di te. E solo con me volevi stare. E quando i miei ospiti arrivavano nella nostra dimora, ti andavi a nascondere, e neppure io riuscivo a scovarti. Sono solo adesso. E mi sento ancor più solo ora che non ci sei più. Mi facevi compagnia. E io gioivo con te. Troppo presto te ne sei andata, dolce mia Tigrotta. Una brutta, maledetta malattia ti ha strappato dal cuor mio. E i miei pensieri corrono lontani nel tempo. In un freddo e piovoso pomeriggio di fine autunno, con una pioggia incessante, ti avevo notata, ancor cucciola, insieme al tuo fratellino. Eravate infreddoliti e tremavate in quell’angolo solitario di strada. Non ci pensai troppo. E, in un batter di ciglia, pensai a come raccogliervi. E, con miseri cenci, trovati per casualità di lì a pochi metri, vi avvolsi e vi portai in quella che diventò anche il vostro rifugio: la mia casa. Sarà il vostro regno, pensai. E così fu. Ero felice di aver trovato due poveri gattini da accudire e potermi occupare di loro: alimentarli e medicarli. E tu, cara Tigrotta, riempivi le mie giornate. A Pachito ci pensava mio figlio Daniele, e tu hai abbondonato pure lui, il tuo fratellino con cui sei nata e cresciuta insieme, e avete vissuto ogni istante della vostra vita. 




Realizzai, con la tua morte, che solo chi non ha vissuto con animali domestici non può capire il lancinante dolore del distacco, quando muoiono, perché si respira aria particolare del vostro corpo in ogni dove, nel proprio focolare domestico. Siete in ogni stanza a trovarvi e siete sempre presenti con la vostra dolcezza e il vostro attaccamento a noi, vostri padroni, e non ci ingannate mai, non ci tradite mai, e siete sempre creature semplici e amorevoli.



Sono solo adesso. Senza di te mi sento solo e sto soffrendo. La tua mancanza mi porta a pensare alle lunghe e angosciose giornate che mi aspettano e che mi preparo a vivere con solitudine. Gli animali ci lasciano e creano solchi profondi di amarezza nei nostri animi, che vorrebbero sempre prendersi cura di voi. Noi, gente con certi sentimenti e con una buona dose di sensibilità, non vi potremmo mai abbandonare. Lo fate voi con la vostra morte. Ma queste sono le leggi della natura. E dobbiamo accettarle.



Tigrotta mia, troppo presto te ne sei andata, e se avrai un’anima ti verrò a cercare dopo la mia fine. Mi farai le fusa e io ti accarezzerò con amore. Ma prima, ti porgerò le mie lacrime che ho versato per te.

04/10/2018
Roberto Zaoner.

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